Dall’Università di Kyoto una proteina che “inganna” il corpo: così il sistema immunitario elimina le cellule nocive

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Virologo scienza

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Un gruppo di ricercatori giapponesi dell’Institute of Integrated Cell-Materials Sciences (iCeMS) dell’Università di Kyoto ha sviluppato una nuova proteina sintetica che potrebbe rivoluzionare la lotta contro il cancro e le malattie autoimmuni.

La proteina, chiamata CRUNCH (Connector for Removal of Unwanted Cell Habitat), sfrutta il meccanismo naturale di “pulizia” del nostro organismo per eliminare cellule pericolose, come quelle tumorali o immunitarie iperattive.

Ogni giorno miliardi di cellule muoiono naturalmente e vengono rimosse dai fagociti, cellule immunitarie che agiscono come microscopici “aspirapolvere” del corpo. Normalmente, i fagociti riconoscono le cellule morte grazie a un segnale “mangiami” sulla loro superficie.

Gli scienziati guidati da Jun Suzuki hanno modificato questa logica naturale: Crunch non uccide direttamente le cellule, ma le marca come “da eliminare”, facendo credere al sistema immunitario che siano già morte. In questo modo, i fagociti provvedono a inglobarle e a distruggerle.

Come spiegato da Yuki Yamato, primo autore dello studio pubblicato su Nature Biomedical Engineering, il team ha modificato la proteina S, responsabile del riconoscimento delle cellule morenti, inserendo sensori capaci di individuare proteine specifiche presenti solo sulle cellule indesiderate. Questo permette a Crunch di colpire in modo mirato, con un’elevata precisione.

Nei test effettuati sui topi, la proteina si è dimostrata efficace sia nell’eliminare cellule tumorali sia nel ridurre i sintomi di malattie autoimmuni come il lupus.

Rispetto a terapie complesse come le CAR-T o ai farmaci a base di anticorpi, Crunch potrebbe offrire un approccio più semplice e flessibile, somministrabile tramite iniezione e adattabile a diverse patologie.

I ricercatori sottolineano che la proteina rappresenta una piattaforma terapeutica versatile, capace di integrarsi con altre tecniche. Tuttavia, serviranno ulteriori studi per garantirne sicurezza ed efficacia nell’uomo.

Se i risultati verranno confermati, questa tecnologia potrebbe aprire la strada a una nuova generazione di trattamenti in grado di sfruttare l’intelligenza del corpo stesso per combattere le malattie.