
Arriva dall’Europa un segnale incoraggiante nella lotta al Covid: l’eparina inalata, farmaco economico e già ampiamente utilizzato come anticoagulante, sembra ridurre in modo significativo il rischio di morte e la necessità di ventilazione meccanica nei pazienti ricoverati per forme gravi di coronavirus.
Lo studio, condotto su circa 500 pazienti in sei Paesi e presentato al congresso della European Pulmonary Society di Amsterdam, mostra risultati difficili da ignorare: chi ha ricevuto il trattamento inalatorio ha registrato un rischio dimezzato di finire intubato e un tasso di mortalità sensibilmente più basso. I dati sono stati pubblicati in parallelo su EClinicalMedicine, rivista del gruppo The Lancet.
Non è la prima volta che l’eparina viene presa in considerazione contro il Covid. Già nel 2022 uno studio aveva rilevato che una singola dose inalata migliorava i livelli di ossigeno nei pazienti ospedalizzati. La novità di questa ricerca è la conferma che il farmaco, veicolato direttamente nei polmoni, non solo mantiene le sue proprietà anticoagulanti ma esprime anche un potenziale antinfiammatorio e antivirale.
«Non esiste un altro farmaco con questa combinazione unica di effetti», ha sottolineato Clive Page, professore al King’s College di Londra e co-responsabile dello studio. La speranza è che la terapia possa dimostrarsi utile anche contro altre infezioni respiratorie, dall’influenza alla polmonite fino al virus sinciziale (RSV).
C’è però cautela: servono ulteriori trial clinici prima di poter parlare di applicazione su larga scala. Ma il potenziale è grande, soprattutto perché l’eparina è un farmaco accessibile anche ai sistemi sanitari meno solidi. «Se funzionasse davvero», ha osservato il coautore Drank van Haren dell’Australian National University, «potrebbe rappresentare una svolta non solo scientifica ma anche sociale».









