
Per 17 anni, un donatore di sperma identificato come “7069” ha alimentato le cliniche europee pur essendo portatore di una rara mutazione genetica ad alto rischio oncologico. Almeno 197 bambini sono nati dal suo materiale genetico; circa il 20% risulta portatore della mutazione nel gene TP53, responsabile della sindrome di Li-Fraumeni, che comporta fino al 90% di rischio di sviluppare tumori gravi nel corso della vita. Alcuni bambini purtroppo sono già morti.
L’inchiesta è stata condotta dal network investigativo dell’EBU, nato dopo che l’emittente pubblica danese DR ha iniziato a ricostruire il percorso del donatore e dei suoi legami con cliniche di diversi Paesi. Giornalisti di 14 redazioni europee hanno poi accertato che lo sperma del donatore era stato distribuito senza controlli genetici in numerosi Stati, spesso superando i limiti imposti sul numero di famiglie raggiungibili.
Il donatore, all’epoca uno studente, era considerato sano: la banca danese ha ammesso che la mutazione non sarebbe emersa nei test standard. Tuttavia, la distribuzione è proseguita per anni, coinvolgendo cliniche in Austria, Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi, Scandinavia, Regno Unito, Spagna e Grecia, dove un oncologo pediatrico ha già identificato più casi nella stessa famiglia.
Le segnalazioni dei pediatri, che avevano individuato diversi bambini con tumori rari, hanno fatto scattare l’allarme presso la Società Europea di Genetica Umana. L’indagine ha ampliato il numero dei casi, e il totale potrebbe superare i 197 bambini finora confermati.
L’Italia non risulta fra i Paesi che hanno importato ufficialmente lo sperma. Tuttavia, Giovanni D’Agata, presidente dello Sportello dei Diritti, invita eventuali genitori italiani che, individualmente, potrebbero aver utilizzato la Banca Europea dello Sperma a rivolgersi alle autorità competenti.








