Napoli, dalla cronaca al mito: i segreti di Partenope

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Che il cinema possa plasmare l’immaginario è noto. Di sicuro, i protagonisti della vicenda, di cui leggerete a breve, negli ultimi mesi ne avranno noleggiati di Dvd a tema. Questo il fatto su cui si sono dilungate le cronache in queste settimane: tramite un cunicolo scavato nel sistema fognario, una banda armata è riuscita a passare esattamente sotto il caveau della filiale del Crédit Agricole di piazza Medaglie d’Oro, quartiere Arenella, Napoli. Tra clienti e dipendenti i rapinatori hanno preso in ostaggio circa 25 persone, che dopo qualche ora sono state liberate. Certo più di una cassetta di sicurezza è stata violata, e non sarebbe dovuto accadere, ma altre conseguenze non riparabili per fortuna non si sono verificate.

Tuttavia non è sull’aspetto cronachistico che vogliamo soffermare l’attenzione. Questo episodio riporta a galla, se così si può dire, la storia plurimillenaria di questa città. Cominciamo col dire che Napoli, o per meglio dire la Napoli visibile, aggetta su quella invisibile. Questa città non poggia su un fondamento, su uno stilobate come nel tempio greco, bensì si inabissa lungo le chine dei secoli. E’ come se sorgesse sulle scaglie puntiformi d’un drago dormiente da immemorabile tempo. E quel che sta sotto racconta molto di più di quel che sta sopra. Dunque già questa immagine rimanda a un’altra di matrice letteraria: il topos della discesa agli inferi. Già nell’antichità, solo per fare un esempio, il lago d’Averno, ci è fededegno Virgilio e altri ancora, veniva ritenuto un ponte d’imbarco per l’adilà. D’altronde in questa città è inscindibile una dimensione liminale tra aldila e aldiqua, tra la vita e la morte quali realtà che viaggiano su binari paralleli. E dunque a pochi metri dalla superficie del mondo conosciuto, favoleggiamo l’esistenza di un mondo altro, un mondo sotto, una Agartha che soggiace alla signoria d’un pluto infero, d’un re del mondo. Pertanto a una Napoli in superficie ne combacia una sotterranea, segreta, a cui ha contribuito la naturale conformazione geografica fatta di tufo, che nei secoli è stato scavato nella roccia.

In giro per Napoli

Chi volesse penetrarne i segreti al lume della ragione cartesiana chiara e distinta, temiamo che farebbe poca luce e stenterebbe a guidare i propri passi. Lettore hai mai provato a girare per Napoli? I punti cardinali in questa città non possono fungere da orientamento, benché Ippodamo di Mileto nell’VIII sec. a.C. l’avesse meravigliosamente orientata con i cardi e i decumani. Se la si vuole conoscere, bisogna accettare il rischio di sporcarsi le suole, di affondarle nei budelli, nelle vie torte, negli angiporti, fiutare l’aria dei vicoli malfamati, per dirla con una metafora dell’eroe, siglare un tacito patto, misurarsi con l’alea dell’imprevedibile e quindi esporsi al rischio dell’avventura. Ne sa qualcosa Andreuccio da Perugia, protagonista di una delle più belle novelle del Decamerone di Boccaccio. L’ingenuo Andreuccio si trovò in un vicolo di Napoli, noto come Malpertugio, in quella che è stata identificata con la Rua Catalana, strada di ammicchi intese, corrivi passaggi di monete di mano in mano, per commerci non certo immacolati.

Conoscere Napoli non può significare che infetarsi nel suo ventre. Si direbbe che questa città femmina nella sua matrice, ne spiri le malie ma anche i perfidi incantamenti. E dunque Partenope è città uterina, materica, ctonia, sirena ma anche versiera, fata ma anche strega. Nelle sue viscere ribollono escandescenze, afflizioni, rabbie secolari, il lamento dei vinti sempre sotto il tacco straniero. Il mare, il Vesuvio, le grotte palamitiche, un fiume sebeto costretto a scorrere nel sottosuolo città, il culto dei morti, tutti elementi questi in parte confliggenti ( il fuoco l’acqua) che connotano fortemente una antropologia che possono lumeggiare alcuni aspetti del carattere dei napoletani.

Il ventre di Napoli: un espediente antico

Agganciando questo episodio di cronaca alla storia, un espediente simile a quello dei rapinatori, secoli fa è stato utilizzato per sfruttare la natura sotterranea sulfurea di Napoli. Già Belisario, il famoso generale di Giustiniano, almeno così narra la leggenda, nascose le sue truppe in una grotta da cui si vedeva il mare, la grotta potrebbe essere quella nota con il nome degli sportiglioni, ovvero dei pipistrelli. Sarebbe esistita quindi nottetempo una ciclopica grotta che collegava Capodichino con Poggioreale. Ma l’altro episodio è ancora più significativo. La guerra tra gli aragonesi del re Alfonso e gli angioini ormai si protraeva già da una anno e all’orizzonte non sembrava profilarsi un vincitore. Stando alla storia ufficialmente il 2 Giugno 1442 la città di Napoli cadde per mano degli aragonesi, a seguito della fuga di Renato d’Angiò. Il 26 febbraio 1443 Alfonso entra trionfalmente a Napoli. Questa guerra logorante si risolve grazie a una astuzia. Nei pressi di Santa Sofia, dentro le mura della città, esistevano numerose bottegucce. Tra queste vi era quella di un umile sarto, noto come “Mastro Citiello cosetore” che conduceva questa attività con la collaborazione di sua moglie Ciccarella. Si narra che una notte gli uomini al comando del re Alfonso utilizzando un canale sotterraneo sbucarono nella casa del sarto. In tal modo quindi il re Alfonso poteva entrare indisturbato in città. Naturalmente imprese di questo tipo richiedono almeno di poter confidare sull’intelligenza di complici. La leggenda narra che la dritta giunta alle orecchie del re sia avvenuta da parte di due muratori, Aniello e Roberto. L’attacco fu completato con un assedio al Maschio angioino, la fuga di Renato d’Angiò e l’ingresso trionfale del nuovo re Alfonso che non fu affatto irriconoscente ed anzi dispose che si provvedesse ad erigere una cappella dedicata a San Giorgio proprio nella bocca del pozzo da dove sbucarono le sue milizie, e un’altra cappella nella bottega dedicata a San Michele Arcangelo. In grazia d’uno stratagemma un re riuscì ad avere ragione di un nemico di pari rango e quindi a vincere l’assedio ed entrare in città.

A parlare del ventre di Napoli è anche Matilde Serao alla fine dell’ottocento. Si tratta di quello che oggi definiremmo un reportage, che indaga quel che rimane di Napoli dopo un vero e proprio sventramento dei quartieri decisi dalle benemerenze cittadine di allora, sindaco in testa, a seguito dell’epidemia di colera del 1884.

Partenope, ancor più che nelle nelle acque di Mergellina, si specchia nei selfie di turisti e non. Istantanee d’un presente irrelato. La sirena ha perduto la sua voce. Il suo canto è muto. Foderarsi le orecchie di cera è precauzione inutile oggigiorno. I segreti di Partenope si perdono negli abissi marini.