Usa, la TSA apre alla marijuana terapeutica in aereo: consentita nei bagagli

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La Transportation Security Administration (TSA), l’agenzia del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti, incaricata della sicurezza nei trasporti pubblici e in particolare negli aeroporti, ha aggiornato le proprie linee guida consentendo ai passeggeri di trasportare marijuana terapeutica sugli aerei. Una svolta significativa per milioni di americani, anche se accompagnata da precise limitazioni.

Dal 27 aprile 2026 la sezione “What Can I Bring?” del sito ufficiale della TSA include infatti nuove disposizioni sulla cannabis terapeutica, autorizzandone il trasporto sia nel bagaglio a mano sia in quello da stiva, purché accompagnata dalle necessarie prescrizioni e “istruzioni speciali”.

La decisione arriva in un contesto normativo ancora complesso. Negli Stati Uniti, infatti, 40 Stati e il Distretto di Columbia hanno legalizzato la marijuana per uso medico, ma la cannabis continua a essere vietata dalla legislazione federale. Un dettaglio non secondario, considerando che gli aeroporti ricadono proprio sotto giurisdizione federale.

Il cambio di orientamento segue inoltre la recente decisione dell’amministrazione Trump di riclassificare la marijuana terapeutica come sostanza meno pericolosa. Il 23 aprile scorso il procuratore generale ad interim Todd Blanche, su impulso di un ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump nel dicembre 2025, ha disposto il passaggio della cannabis dalla Tabella I alla Tabella III del Controlled Substances Act.

Si tratta di un cambiamento rilevante: fino a oggi la marijuana era inserita nella stessa categoria di eroina, LSD ed MDMA; con la nuova classificazione viene invece equiparata a sostanze come ketamina, testosterone e steroidi anabolizzanti.

“In questo modo sarà possibile sviluppare ricerche più rigorose sulla sicurezza e sull’efficacia della marijuana, ampliando l’accesso dei pazienti alle cure e consentendo ai medici di prendere decisioni più consapevoli”, ha dichiarato Blanche in un messaggio pubblicato su X, come evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”.

Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), la cannabis resta la sostanza illegale più diffusa negli Stati Uniti: circa il 19% degli americani dichiara di averne fatto uso almeno una volta dal 2021. Dati più recenti del National Center for Drug Abuse Statistics indicano invece che nel 2024 oltre 61 milioni di cittadini statunitensi — pari al 23,5% della popolazione — hanno consumato marijuana, mentre più della metà degli americani l’ha provata almeno una volta nella vita.

La TSA, tuttavia, precisa che il proprio compito resta esclusivamente legato alla sicurezza aeroportuale. “Le procedure di controllo sono progettate per individuare potenziali minacce all’aviazione e ai passeggeri”, spiega l’agenzia, aggiungendo che gli agenti “non sono incaricati della ricerca di droghe illegali”. Se però durante i controlli emergono sostanze vietate o elementi riconducibili ad attività criminali, la questione viene segnalata alle forze dell’ordine competenti.

Resta inoltre valida una precisazione importante: la decisione finale sull’ammissione di un oggetto ai controlli spetta sempre al singolo agente TSA.

Le associazioni che si occupano di politiche sulla cannabis invitano quindi alla prudenza. Il Marijuana Policy Project sottolinea che gli agenti TSA, pur non avendo poteri di arresto, sono obbligati a informare la polizia locale in caso di violazioni, con possibili conseguenze legali che possono variare da Stato a Stato.

Per questo motivo, nonostante l’apertura alla marijuana terapeutica prescritta, il trasporto di prodotti a base di cannabis non autorizzati o destinati all’uso ricreativo continua a rappresentare un rischio negli aeroporti americani.