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ESCLUSIVA- Intervista a Maurizio Casagrande, al Delle Palme dall’8 al 17 gennaio con “…E la musica mi gira intorno”

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Maurizio Casagrande

In esclusiva per news24web.it abbiamo avuto l’onore ed il piacere di intervistare Maurizio Casagrande, protagonista dall’8 al 17 gennaio al teatro “Delle Palme” a Napoli dello spettacolo a tutto tondo “…E la musica mi gira intorno”. Con il simpatico attore napoletano abbiamo parlato ovviamente dello spettacolo, ma anche di cinema, musica, teatro e di Napoli.

Come definirebbe il suo spettacolo: un musical, un cabaret oppure una commedia teatrale?

La cosa bella di questo spettacolo è che non è definibile. Alla fine canto “Depende” di Jarabe de Palo, e faccio una sorta di gioco, lasciando che sia il pubblico a decidere che tipo di spettacolo ha visto. Per alcuni è una commedia teatrale, per altri un concerto, per altri un musical. E’ uno spettacolo innovativo, ripercorre tutta la mia storia. Lo definirei uno spettacolo “sorprendente”. Alla fine il pubblico resta sorpreso, ed anche i miei fan storici dopo lo spettacolo mi hanno detto di essere rimasti sorpresi.

“…E la musica mi gira intorno” è uno spettacolo molto elastico, tanto che può essere portato sia nei teatri che nelle piazze, aperto ad un target di pubblico molto ampio. E’ una decisione presa volutamente affinché lo spettacolo possa arrivare a tutti?

Assolutamente sì. Ho portato lo spettacolo anche in luoghi inimmaginabili, come lo scorso anno nel periodo natalizio al centro commerciale “La Cartiera” a Pompei. Solitamente in questi casi la gente passa, resta dieci minuti, e poi va via. Il direttore del centro commerciale invece mi ha detto che per la prima volta la gente ha assistito dal primo all’ultimo minuto. Temevo che, ripercorrendo le musiche del passato, ci fosse una sorta di effetto nostalgia. Invece anche i ragazzini hanno molto apprezzato, forse perché la musica del passato è immortale. Addirittura una volta dopo uno spettacolo nel basso Lazio, con circa 3.000 persone, dei ragazzini erano fuori al mio camerino acclamandomi come una rockstar…

Dopo il cinema si sta dedicando molto al teatro: quale dei due mondi preferisce e quali sono le differenze?

Non ho preferenze, sono un uomo di spettacolo. Se facessi troppo cinema mi mancherebbe il teatro, e viceversa. Sono due mondi uguali ma con luci differenti. Come il giorno è bello perché c’è la notte, allo stesso modo la notte è bella perché c’è il giorno. Il teatro al 90% è nelle mani dell’attore, mentre il cinema è più nelle mani del regista. Per questo preferisco fare l’attore a teatro ed il regista al cinema.

Lo spettacolo ripercorre il periodo che va dagli anni ’50 fino agli anni ’90: c’è un un episodio che l’ha convinta a fare l’attore?

Premetto che fare l’attore e sfondare è molto difficile, ma per me è stato in un certo senso naturale, quasi “facile”. Insegnavo musica alla “Bottega Teatrale del Mezzogiorno” di mio padre, il quale mi ha spiegato che un attore deve saper fare tutto: recitare, cantare e ballare. Così sono stato chiamato dalla “Compagnia Gli Ipocriti” di Nello Mascia a fare un ruolo anche abbastanza importante ne “L’ultimo scugnizzo”, opera teatrale di Viviani. Da lì la strada è stata in discesa.

Se avesse deciso di fare il musicista o cantante, che tipo di musica avrebbe suonato?

Sicuramente il rock, lo adoro. Non so che musicista sarei stato, oggi la musica si è evoluta. Ma avrei suonato un rock raffinato ma aperto a nuovi generi e alle novità.

Qual è il suo cantante o il suo gruppo preferito?

Zucchero. Nel mio spettacolo gli anni ’90 sono dedicati all’amore, ed è l’unica parte in cui seguo un solo cantante. Ha una voce “sporca” nel senso buono, non amo particolarmente le voci troppo limpide, stentoree. Come gruppo mi piacciono molto i Negramaro, Giuliano Sangiorgi ha una bella voce ma anche il resto della band è molto bravo. Tra i gruppi del passato impazzisco per i Deep Purple, una band mostruosa che ha inventato il metal, il rock duro, o quantomeno ha dato un’impronta che è rimasta nella storia della musica.

Lo spettacolo si chiude con una riflessione, e cioè che tutto dipende a seconda dei punti di vista. Considerando che lei è uno dei principali esponenti moderni della comicità napoletana, si può dire che il giudizio su Napoli, con tutte le sue mille contraddizioni, dipende dal punto di vista con cui si guarda la città?

Sì, la mia è una provocazione: spostare il proprio punto di vista. Io amo il Sud e amo profondamente Napoli. E’ da stupidi non innamorarsene, è unica, non amarla significa essere insensibili. Ma chiedo proprio ai napoletani, che difendono Napoli, di non guardarla come una madre guarderebbe il proprio figlio. Bisogna guardarla come un estraneo o come un datore di lavoro guarda i suoi dipendenti. Cambiare il proprio punto di vista serve proprio a migliorare ciò che più amiamo e che più ci sta a cuore.

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