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Cinque libri da regalare per questo Natale 2015

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Ci sono libri che valgono in ogni tempo e in ogni epoca in  quanto rivelano qualcosa di universale sulla condizione umana e dunque riusciranno a dire sempre qualcosa sull’uomo all’uomo di ogni tempo. Generalmente libri di questo tipo sogliono essere definiti classici. Questi i nostri suggerimenti riguardo ai libri da regalare per questo Natale 2015: Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, La linea d’ombra di Joseph Conrad, Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, Le Notti bianche di Fedor Dostoevskij, Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati.

Il Conte di Montecristo

Il conte di Montecristo ha quale protagonista Edmond Dantes che nel 1815 sbarca a Parigi con la sua nave mercantile “IL Faraone”. Edmond ne ha assunto il comando in quanto il vecchio capitano Leclerc è morto in viaggio. Prima di morire il capitano gli aveva consegnato una lettera bonapartsita che Dantes doveva consegnare a Parigi. Edmondo non può neanche lontanamente sospettare quanto gli stia per accadere. Dopo essersi preso alcuni giorni di congedo dall’armatore Morrel, va a trovare il vecchio padre e la fidanzata, una catalana, di nome Mercedes con cui si fidanza uffuicialmente. Ma il giorno dopo, proprio durante il banchetto di fidanzamento, gli viene mossa l’accusa di bonapartismo. In pratica gli viene giocato un brutto tiro: Danglars, contabile di bordo, invidioso della sua nomina di capitano di vascello, recapita una lettera anonima alla gendarmeria. Ad aiutarlo nella calunnia troviamo Fernando, che ha un debole per Mercedes, e anche il suo vicino di casa Caderousse. Edmondo viene quindi interrogato dal Procuratore Villefort, a cui consegna la lettera ricevuta nella quale si comprometteva il padre di Villefort. Il Procuratore distrugge la lettera, e dispone che Dantes venga imprigionato nel terribile Castello d’If. In prigionia farà conoscenza dell’abate Faria, uomo di multiforme ingegno, nonché esimio letterato che lo rende edotto negli studi umanistici e nella conoscenza delle lingue, e soprattutto lo rende partecipe di un segreto, ovvero l’esistenza di un favoloso tesoro nell’isola di Montecristo. A seguito di alcuni attacchi epilettici Faria muore, ma fa in tempo a lasciargli la mappa del tesoro di Montecristo. Dantes sostituendosi quindi al cadavere dell’abate, riesce ad evadere dopo ben 14 anni di prigionia. Dopo aver rischiato di annegare trovandosi in mare aperto durante una tempesta, viene salvato da dei contrabbandieri italiani la cui nave fa rotta proprio sull’isola di Montecristo. Rimasto solo nel’isola grazie alla mappa di Faria ritrova il tesoro indicato. Dantes a questo punto si presenta a Parigi come il ricchissimo Conte di Montecristo fermamente intenzionato a compiere la sua vendetta contro le persone che gli hanno rovinato la vita. Alla fine il Conte dopo averla fatta pagare a tutti coloro che gli hanno fatto del male, si ritira a vita privata nella sua piccola isola con la schiava (e figlia del defunto sultano di Grecia) Haydee.

La Linea d'ombra

La linea d’ombra, l’ultimo romanzo scritto da Joseph Conrad nel 1917, narra di un giovane capitano al suo primo comando in Estremo Oriente, che dovrà affrontare molte peripezie in questo viaggio, dalle turbolenze dei mari a una misteriosa malattia a bordo. Tuttavia dopo diciotto mesi d’imbarco sulla Red Ensign, un mercantile inglese, come secondo ufficiale del capitano Kent, il giovane profondamente scontento decide di ritornare in patria. Il motivo di tanta scontentezza è che il giovane attende un’occasione per mettersi alla prova e quindi per dare senso alla sua vita. Ma sbarcato a Singapore, preso alloggio temporaneamente presso la Casa del Marinaio, avrà la sua grande occasione grazie all’incontro col Capitano Giles, che intuisce il tarlo segreto che divora il giovane. Capisce che la sua grande occasione è poter prendere il comando di una nave e tra le righe è possibile cogliere un parallelo anche col romanzo di Buzzati, non aspira forse anche il tenente Drogo alla grande occasione, alla battaglia con i Tartari che prima o poi, ne è sicuro, verranno dal deserto? Il vecchio capitano sa leggergli nel cuore senza che il giovane gli comunichi nulla ed anzi gli confida l’esistenza di una misteriosa lettera della Capitaneria di Porto, che lo riguarda e lo mette in guardia sul comportamento sospetto del Maggiordomo, il tenutario dell’albergo, che trama ai suoi danni. L’occasione a lungo vagheggiata, ovvero  il comando di una nave, finalmente arriva sebbene  inaspettata e il giovane si sente quasi una sorta di predestinato, accetta l’incarico e mentre si congeda dal vecchio capitano, l’unica persona amica, incontrata in quei luoghi, riceve da lui le ultime preziose raccomandazioni. Dopo quattro giorni di navigazione a bordo del Melita, un piroscafo di linea, raggiunge la sua nave alla fonda nel porto di Bangkok. Vedendola apparire nella rada il giovane vede il veliero come trasfigurato in una sorta di destriero in attesa del suo cavaliere. Tuttavia dopo un po’ si ritrova letteralmente sballottato in un mare di guai. Buona parte dell’equipaggio è affetto da febbri tropicali, il suo secondo ufficiale, un certo Burns, tipo enigmatico e strano, gli fa delle strane confidenze riguardo a delle disavventure della nave per colpa del suo ultimo capitano, un essere malvagio, ai limiti del diabolico, il cui unico scopo era di perdere la nave e il suo intero equipaggio e che dalle profondità in cui giaceva non smetteva d mandare le sue maledizioni. Nonostante il giovane agisca con coraggio e fermezza, dopo poche miglia, scomparsa la linea bruna della costa, il veliero piomba in una calma tropicale asfissiante, che non promette nulla di buono. La nave resta quasi immobile per giorni e giorni, quasi a significare un ineludibile destino di sciagura e di morte, fino a quando cadono le prime gocce di pioggia e il vento si leva. Il giovane comandante, cinquanta ore dopo, allo stremo delle forze, riesce a condurre in salvo la nave e il suo equipaggio nel porto di Singapore, ovvero lo stesso porto da dove era partito alcune settimane prima. Il racconto finisce con l’ultimo incontro tra il protagonista e il capitano Giles, che ritrova alla Casa del Marinaio. Il vecchio lupo di mare lo invita ad affrontare sempre con coraggio ogni situazione difficile perchè un uomo deve saper destreggiarsi con la cattiva sorte, gli  errori commessi e la propria coscienza, e non bisogna scoraggiarsi, soprattutto quando si è giovani. Gli risponde che non lo è più e che l’indomani riprenderà li viaggio. Il capitano Giles lo guarda con uno sguardo benevolente, capisce che la maturazione è avvenuta e adesso sarà in grado di affrontare la vita con coraggio. Che cos’è questa linea ombra? ogni uomo proietta la sua particolare ombra ed è sempre con questa che deve misurarsi e fare i conti, ovvero con gli aspetti più reconditi celati nell’animo umano perché solo confrontandosi cn se stesso, conoscendosi, con tutto il prezzo pagato in termini di sofferenza che questa conoscenza genera, può affrontare saldamente al timone le tempeste della vita. La linea d’ombra indica quell’indefinibile confine tra la spensieratezza della giovinezza e la maturità. E’ proprio quando si pensa di non farcela, quando la vita ci tradisce e ci mette spalle al muro che invece dobbiamo prendere coarggiosamente il timone per rimettere in sesto il nostro cammino, perché tutti sono provetti capitani quando si veleggia su un mare placido. Da notare anche la circolarità della navigazione che inizia e termina nello stesso posto, quasi a significarne l’inconsistenza e l’inutilità. Con il ritorno, pur senza la gloria che il giovane  si aspettava, il passaggio dalla gioventù all’età adulta può dirsi compiuto.

Il Piccolo principe

Il Piccolo Principe

Il Piccolo Principe è uno dei romanzi più noti dello scrittore Antoine de Saint-Exupèry, pubblicato a New York nel 1943. Lo scrittore francese con la semplicità di quelle che si potrebbero definire parabole, ci illumina sul senso della vita, sul significato dell’amicizia e dell’amore. Il suo libro è stato tradotto in più di 220 lingue e dialetti e stampato con oltre 134 milioni di copie in tutto il mondo. Il racconto reca la dedica al suo amico Leon Werth, ma non è stato scritto per l’amico Leon adulto, ma per quando era ancora bambino. Il romanzo prende l’avvio col racconto di un incidente che capita a un aviatore, costretto ad un atterraggio d’emergenza a causa della rottura improvvisa di una parte del motore del suo velivolo. Il pilota atterra in pieno deserto del Sahara. Mentre sta cercando di riparare il velivolo arriva un bambino (IL Piccolo Principe), che dice di provenire da un pianeta sconosciuto, l’asteroide B 612, dove si trovano tre vulcani e una rosa. Il bambino gli chiede di disegnare, prima una pecora, poi la cassa per contenere la pecora e una museruola per proteggere una rosa dai morsi voraci dell’animale. L’aviatore inizia a disegnare varie pecore tuttavia ma non riesce mai a contentare le esigenze del principe. Solo in ultimo disegna una scatola con dei fori, all’interno della quale si trova la pecora. Il Principe inizia il suo racconto da quando decise di partire dal suo pianeta per non essere più vittima del fiore e per la curiosità di vedere come fosse fatto il resto dell’universo. Visita numerosi asteroidi abitati da adulti, tra cui gli asteroidi 325, 326, 327, 328, 329 e 330 dove incontra vari personaggi. Il racconto prosegue con la narrazione dell’incontro con un Re triste nel primo pianeta, In questo peregrinare per gli spazi siderali conoscerà anche il pianeta dell’uomo vanitoso, dell’uomo d’affari, un signore corpulento sempre occupato che non ha nemmeno il tempo di accendersi una sigaretta che trascorre il suo tempo a contare le stelle che dice di possedere ed anche il signore lampionaio il cui lavoro è di accendere il lampione quando tramonta il sole. Ma il pianeta in cui abita gira su sé stesso sempre più vorticosamente obbligandolo a riaccendere continuamente il lampione che si spegne invariabilmente. Sull’ultimo il Piccolo Principe inconterà un geografo, una persona anziana che trascrive in ponderosi libri le informazioni degli esploratori che incontra, che incuriosito chiede al bambino di parlargli del pianeta su cui vive e da cui proviene. Il Principe gli descrive il suo asteroide composto da vulcani e dalla magnifica rosa che illumina il suo piccolissimo pianeta. Il geografo gli risponde che non cataloga i fiori, dato che non sono esseri che vivono in eterno come i laghi, le montagne e sarà proprio quest’ultimo sull’asteroide B 330, a suggerirgli di andare a visitare la Terra. Il Principe arriva quindi sulla Terra ma per sua malasorte, atterra nel pieno del deserto del Sahara. Durante la  conoscenza di un serpente, si accorge che si trovano sulla terra grandi quantità di roseti, la rosa del suo pianeta non è quindi l’unica nell’Universo. Infine si intrattiene parlando con una volpe con cui fa amicizia. L’animale gli fa comprendere come la sua rosa sia speciale perché è l’unica a cui lui tiene. A questo punto mosso dalla nostalgia per la sua rosa, il piccolo principe decide di tornare sul suo pianeta. L’aviatore invece riprende il suo viaggio e lo spettacolo della moltitudine delle stelle che popolano il cielo gli fanno pensare al Piccolo Principe. Il romanzo, sicuramente tra i più noti del XX secolo, continua ad affascinare i bambini e i grandi che non si sono dimenticati d’esserlo stati.

Le Notti bianche

Le Notti bianche

“Le notti bianche”, secondo libro di Fedor Dostoevskij, è stato pubblicato nell’anno 1848.
L’opera così intitolata si rifà al periodo dell’anno noto col nome di “notti bianche”, in cui nella Russia del nord, e quindi anche nella zona di San Pietroburgo, il sole tramonta solo dopo le 22. Il protagonista de “Le notti bianche” è uno che non ha alcun contatto con la realtà, un sognatore, un uomo isolato, che vive solo delle sue astratte fantasticherie.
Nel corso di una passeggiata notturna gli capita di incontrare sul lungofiume, una ragazza. Il suo nome è Nasten’ka, ha diciassette anni. Tra i due nasce una curiosità reciproca forse perché le anime sofferenti hanno questa capacità di fiutarsi e di riconoscersi al primo sguardo. Il racconto si snoda in quattro notti, nel corso delle quali i due si aprono l’uno all’altra.
Il protagonista la rende partecipe di tutto il suo mondo popolato esclusivamente di fantasticherie e sogni, mentre la ragazza trova in lui qualcuno con cui poter parlare delle proprie infelicità private.
La giovane donna gli racconta del difficile rapporto che vive con la  nonna che esercita su di lei un controllo dispotico, arrivando addirittura ad appuntare il proprio vestito a quello della ragazza con uno spillo.
Ma soprattutto Nasten’ka gli vuota le pene del suo cuore: da un anno sta aspettando il suo innamorato, un inquilino della nonna che, dopo averle dichiarato il suo amore, le aveva chiesto un anno di attesa, un anno nel quale avrebbe cercato un lavoro per rimediare alla povertà pur senza prometterle nulla. Passato l’anno quindi Nasten’ka invia una lettera al ragazzo fissando un incontro per la notte. Ma il giovane non si presenterà.
Inutilmente proverà a dimenticarlo, così che il suo sentimento d’amore assume le sfumature trasognate e fantastiche provate dal sognatore.
Tuttavia la quarta notte avviene il colpo di scena, quando l’uomo, che non aveva affatto dimenticato Nasten’ka, si presenta all’appuntamento.
La ragazza immediatamente gli si getta tra braccia. Al sognatore ancora una volta non rimarrà altro che il rifugio nei suoi sogni e nelle sue fantasticherie.
Questo romanzo breve dello scrittore russo ha conosciuto nel tempo diversi adattamenti teatrali e cinematografici.
Fra i più noti, quello di Robert Bresson (intitolato “Quattro notti di un sognatore”) e quello di Luchino Visconti, con Marcello Mastroianni protagonista assieme a Maria Schell.

Il deserto dei tartari

Deserto dei Tartari

La storia di Giovanni Drogo in realtà è esemplificativa della vicenda esistenziale di ogni uomo che si consuma nella lotta inane contro l’inarrestabile fuga del tempo e nell’interrogarsi sul senso dell’esistenza, quantomeno della propria. Nel “Il Deserto dei Tartari” il tempo che scandisce in maniera monotona la vita sempre uguale dei soldati dovrebbe preludere a eroiche imprese, anzi lascia vagheggiare le gesta eroiche nelle fantasticherie dei soldati, che rimarranno tali sempre sublimate in questa dimensione illusoria del sogno e del vagheggiamento fantastico. La monotona esistenza di Giovanni Drogo inviato alla Fortezza Bastiani è tutta scandita nell’attesa quoitidiana del nemico, di cui dinanzi al deserto sconfinato che si estende dinanzi alla Fortezza si illude di scorgere l’avanzata impercettibile, ma si tratta solo di ilusioni giocate dalla sua mente. La destinazione alla fortezza Bastiani per Drogo sembra rappresentare una carriera foriera di successi professionali e pure già la mattina quando lascia la casa e quindi gli affetti familiari non prova la goia che si sarebbe aspettato, bensì gli affiora una sorta di pena difficile a dirsi. D’altronde il tempo scorre e la sua giovinezza che gli pareva come un tesoro dalle risorse inesauribili è già agli sgoccioli e quasi fa parte del suo passato. Un legame misterioso lo lega alla Fortezza: certo potrebbe abbandonarla quando vuole e difatti nelle licenze ogni tanto ritorna alla vita di un tempo, torna agli affetti familairi, in qualche bettola con gli amici riscopre il piacere del vino e delle donne, eppure soggiace al fascino misterioso che si sprigiona dalla Fortezza, un incantamento a cui in alcuno modo riesce a sottrarsi. Solo nella Fortezza in questa attesa del nemico, la sua vita se mai ve n’è uno, può trovare un senso. D’altronde gli stessi ritorni sporadici a casa, la fequentazione degli amici che ormai fanno la loro vita, non gli danno più la gioia di un tempo. L’attesa si pone quindi come uno degli elementi chiave e portanti in questo romanzo di Buzzati: Drogo nella vita quotidiana fermanente scandita dai regolamenti mlitare, nei turni di guardia, nelle tediose conversazioni con gli altri soldati, nelle partite a carte con gli altri commilitoni protratte fino a tarda notte, attende che si riveli il senso della sua esistenza con l’arrivo dei Tartari: un solo giorno, quel giorno, potrebbe riscattare l’inutilità di tutti gli altri. Ma purtroppo per Drogo quando il nemico atteso per tutta la vita finalmente si paleserà, il tenente è ormai vecchio e malato e mentre i suoi colleghi lotteranno contro il nemico, lui sarà trasportato in carrozza per essere ricoverato, ma prima si farà condurre in una taverna, dove troverà la morte nella solitudine più completa. Eppure Drogo proprio quando tutto sembra perduto riuscirà a ottenere il suo riscatto e perfino a sorridere perché sarà riuscito ad affrontare coraggiosamente il nemico invisibile nell’ultima battaglia, la morte, che lo raggiungerà nella stanza della locanda. Certo non ci saranno medaglie, nè corone di fiori, nè le donne gli sorrideranno, ma anche Drogo alla fine avrà il suo nemico da combattere, il più terribile ed inevitabile e lo affronterà col coraggio con cui avrebbe battagliato contro i Tartari, se solo la sorte, meno malevola nei suoi confronti, gliene avesse dato occasione. Drogo ci insegna che l’unico modo che abbiamo per affrontare l’esistenza è provare a dargli un senso, indivduale, soggettivo, parziale, relativo quanto si vuole, ma che almeno possa e riesca a dare significato alla nostra vita. “IL deserto dei Tartari” è l’opera più nota di Buzzati. Tradotta in varie lingue, ha ispirato Valerio Zurlini che nel 1976 ha diretto l’omonimo film.
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