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Covid-19: riflessioni e speranze

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Dagli inizi del ‘900, a partire dalla”spagnola” questa è, a quanto pare, la quarta pandemia che si è manifestata nel mondo, le altre sono state epidemie, cioè infezioni circoscritte territorialmente. La malattia attuale, definita Covid-19 (Coronarovirus Sars-2 è il nome dell’agente patogeno) che complessivamente, allo stato, sta producendo, a fronte di un elevatissimo numero di contagi, un numero per fortuna inferiore di morti rispetto alle precedenti, ci ha colti di sorpresa: nessuno di noi, in questo mondo globalizzato dove nulla ci appariva insormontabile, dove esistono ormai pillole che ci prolungano l’esistenza, per dimagrire, per ingrassare, per darci la felicità, per rilassarci, per rinforzarci, per fare l’amore, avrebbe potuto immaginare di trovarsi di fronte all’impotenza nei confronti di un qualcosa di impalpabile, un killer invisibile, contro il quale l’unica cosa che ci viene consigliata, imposta, è: state lontani e state a casa!

Tutto, quando questo finirà, perché finirà, dovrà – si dice da più parti – subire un cambiamento. Il distanziamento sociale, che sarà la misura che durerà più a lungo, ritengo molto più di quanto oggi si possa sperare, rivoluzionerà la nostra quotidianità, il lavoro, prima di tutto, che in più ambiti abbiamo scoperto possibile utilizzando al massimo gli strumenti di innovazione digitale che pure conoscevamo ma che non abbiamo mai sfruttato in tutte le potenzialità, le relazioni sociali, la frequentazione in massa di bar, ristoranti, paninerie, gli spostamenti che ci facevano studiare ed incastrare i giorni fra e dopo i ponti, un disastro, sicuramente, per tante attività economiche, e già oggi c’è chi dice che il costo delle attuali restrizioni potrebbe purtroppo superarne i benefici.

Ma vi invito a riflettere con me su alcuni specifici aspetti che sono emersi in queste giornate durante le quali ci sentiamo sospesi, guardinghi, sospettosi del nostro vicino in fila al supermercato, nello stesso atteggiamento del tenente Drogo descritto da Buzzati nel Deserto dei tartari, di vedetta in attesa di un nemico che si sa che arriverà ma non si sa quando.

Intanto abbiamo scoperto che il Nord Italia, di fronte al quale abbiamo sempre avuto un’atavica soggezione, è stato l’innesco della bomba infetta, a causa dei molteplici rapporti lavorativi europei ed internazionali in misura notevolmente superiore al Sud Italia, ma provocando quello che definirei il fenomeno paradosso del 2020: il lavoro al Nord, ma la salute al Sud, come dimostrato dalla scriteriata migrazione di massa verificatasi a seguito dell’improvvisa chiusura delle attività nelle città della Lombardia e del Veneto. In secondo luogo, ma non di minore importanza, ci siamo accorti che il mare che bagna Napoli è verde e più limpido, e che è evidente che abbiamo esagerato nell’insultare il clima al punto tale da stravolgere le stagioni, il cielo, il mare appunto, la terra e i suoi frutti.

Stiamo perdendo sicurezza, ma è invece proprio questa che dovremo imparare a recuperare, nel momento del cambiamento. Si, perché il cambiamento ci sarà, passata la tempesta, e quello che avevamo costruito fino a circa due mesi fa non era un castello di carte, tante cose ripartiranno, e ce lo auguriamo soprattutto per l’economia, perché noi e i nostri figli dobbiamo stare bene, come prima ma avendo imparato la lezione. In realtà è proprio questo che bisogna temere, cioè che lo spavento passi proprio senza lasciarci in eredità un cambiamento in positivo!

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