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Covid, luce solare inattiva il coronavirus in pochi minuti

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Coronavirus spesa
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Stando ai risultati di uno studio dell’università Statale di Milano e dell’Inaif, la luce solare sarebbe in grado di ucccidere il virus responsabile dell’infezione Covid in pochi minuti. I ricercatori dopo aver esposto delle cellule umane infettate con una quantità di virus paragonabili a quelle che si troverebbero nella saliva hanno verificato che i raggi solari si sono dimostrati efficaci nell’inattivare il coronavirus. In particolare nelle conclusioni dello studio sulla base dei dati raccolti si legge che: “l’irradiazione solare che raggiunge la superficie della Terra potrebbe disattivare completamente il Sars-Cov-2 in concentrazioni simili a quelle che si troverebbero nella saliva in pochi minuti. In conclusione, per la prima volta, abbiamo dimostrato che l’irraggiamento Uv è efficace nell’inibire il Sars-Cov-2 a diverse lunghezze d’onda. Questo conferma un ruolo per la luce solare nella disinfezione delle superfici esterne, e potrebbe contribuire a spiegare la stagionalità di questo virus”.

Riguardo invece la vitamina D uno studio condotto in Spagna, dal gruppo di José Hernández dell’Università della Cantabria a Santander e pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism ha evidenziato che oltre l’80% dei pazienti sintomatici ricoverati per Covid presenta una carenza di vitamina D. In particolare dallo studio emerge che oltre 8 pazienti su 10 ricoverati per covid nell’ospedale spagnolo soprattutto uomini presentavano la carenza di questa vitamina. Inoltre maggiore era la carenza vitamina maggiore i marcatori infiammatori relativi a una grave infezione nel sangue dei pazienti. Se quindi dovesse confermarsi l’utilità in chiave preventiva della vitamina D rispetto all’infezione provocata dal coronavirus si potrebbe pensare a un approccio preventivo ovvero alla somministrazione di vitamina D riguardo soprattutto agli anziani che sono più suscettibili o chi presenta altre malattie quali il diabete e anche per il personale sanitario nei presidi di lunga degenza. Si tratterebbe di una sorta di profilassi per la popolazione che presenta un maggior rischio di ammalarsi di questa infezione.

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